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Il futuro è del clinico ricercatore

Servirà a orientare la ricerca di base verso strumenti necessari al medico per la diagnosi e per monitorare l’efficacia delle cure.

Lo sviluppo delle terapie mirate e personalizzate sta cambiando la relazione tra il medico e i pazienti oncologici e sempre più la modificherà in futuro.

Un tempo i tumori venivano classificati solo sulla base dell’organo colpito, dello stadio di avanzamento e delle caratteristiche istologiche. Oggi questa classificazione non è persa, ma è arricchita da dati che riguardano il genoma del paziente e le caratteristiche molecolari del tumore. La scelta di un medico capace di gestire (e soprattutto di comunicare) informazioni così complesse può fare la differenza per la vita del paziente. E il paziente stesso deve diventare un partner del medico, condividere il percorso di studio e analisi del suo caso e non di rado collaborare nel prendere decisioni in merito alle terapie disponibili sulla base dei dati forniti dallo specialista.

Le informazioni genetiche e la protezione della propria privacy diventeranno un elemento chiave negli anni futuri: anche il clinico avrà accesso sempre più spesso al genoma del paziente, conoscerà le mutazioni di cui è affetto e potrà anche avanzare delle ipotesi sui rischi che corrono i familiari consanguinei (figli, genitori o fratelli).

Il medico deve saper gestire questi aspetti e deve guidare il paziente nell’espressione delle sue volontà.

L’informazione che il medico dà al paziente diventa cruciale quando quest’ultimo viene invitato a far parte di studi sperimentali, poiché il paziente dovrà poter soppesare rischi e benefici. Infatti, i nuovi protocolli di cura possono richiedere un gran numero di esami preliminari, talvolta fastidiosi o persino dolorosi, che possono portare alla scoperta che la nuova terapia non è adatta. In quel caso il medico dovrà aiutare il paziente a elaborare l’eventuale delusione e stabilire un protocollo terapeutico che potrà comunque migliorare la durata e qualità di vita del malato.

La strada verso una medicina basata sulla genomica, e quindi altamente personalizzata, richiede un ripensamento del rapporto tra medici e pazienti che è solo all’inizio. Ma richiede anche l’intervento di ricercatori che conoscano i bisogni del clinico o che addirittura li condividano in prima persona, perché suddividono il loro tempo tra il laboratorio e la corsia. È da queste esperienze che arriveranno strumenti come marcatori facilmente identificabili nel sangue o nei liquidi biologici per seguire l’efficacia della cura senza essere troppo invasivi.

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