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La risposta è nella ricerca

Dai laboratori dovranno arrivare marcatori capaci di prevedere con maggiore sicurezza l’efficacia di una terapia in un dato paziente.

Le terapie mirate costano molto.

Secondo alcune stime, in media da 10.000 a 20.000 dollari per mese di vita guadagnato dal malato. Da che cosa dipendono queste cifre folli? Da molti fattori. Anni di ricerca di base sono necessari a identificare il bersaglio molecolare contro il quale serve un farmaco, quindi ulteriori anni servono a individuare un composto che possa agire contro di esso e a fare le sperimentazioni che lo dimostrino sicuro ed efficace. Un composto su 60.000 circa arriva a buon fine.

Una volta approvato, il farmaco è efficace per chi? Soltanto per i pazienti che hanno lo specifico bersaglio da cui è cominciata la ricerca. In genere si tratta di un sottoinsieme di tutti i pazienti che hanno una certa malattia. Il prezzo alto è quindi dovuto al costo delle lunghe e approfondite ricerche per ottenere il farmaco e al numero relativamente esiguo di pazienti che possono trarne un beneficio.

Gli esperti di politica sanitaria si chiedono se cure di questo tipo siano sostenibili. Da un lato la ricerca di base identifica un gran numero di potenziali bersagli, ma dall’altra c’è scarso interesse da parte dell’industria a sviluppare i farmaci per i quali il costo della ricerca rischia di non essere ripagato.

Fra l’altro, la maggior parte delle terapie mirate si è finora dimostrata risolutiva in alcuni casi, non tutti. Ha soprattutto contribuito a far aumentare la sopravvivenza dei malati, talvolta per periodi molto limitati, da qualche settimana a un paio di mesi.

In questi anni stiamo assistendo a una sorta di braccio di ferro tra le autorità regolatorie che concedono la rimborsabilità delle terapie mirate, le aziende farmaceutiche che le vendono e i pazienti che le richiedono.

Le prime tendono a limitare al massimo il numero di pazienti a cui somministrare le cure: d’altronde una stima recente ha calcolato che se si concedessero i farmaci mirati a tutti i malati che hanno, almeno sulla carta, le caratteristiche minime per accedervi, la spesa farmaceutica nei soli Stati Uniti crescerebbe di una decina di miliardi di dollari l’anno. In Italia, fatte le dovute proporzioni, una tale iniziativa porterebbe al fallimento del Sistema sanitario nazionale.

Ovviamente questi sono ragionamenti “a freddo” che non tengono conto dell’alto tasso di emotività legato alla decisione di negare una cura che apporta seppur minimi vantaggi a una persona. Vi sono anche considerazioni di tipo etico, poiché le persone più ricche potranno comunque avere accesso a cure che altri non si potranno permettere.

La soluzione non è semplice. Forse passerà per un ridimensionamento dei proventi derivati dalla vendita dei farmaci, stabilita dagli enti regolatori in accordo con i produttori. O dalla ricerca, che potrà fornire informazioni più precise sui criteri di selezione dei pazienti e marcatori più sensibili in grado di prevedere l’efficacia della cura. E dalla società e dai cittadini, che potrebbero rivedere parte delle regole estremamente severe di approvazione di un farmaco, volte a garantire la sicurezza.

Sono regole giuste, ma in certi casi fanno lievitare i costi e ridurre la possibilità che un farmaco efficace per una malattia incurabile arrivi in clinica, seppure a costo di qualche effetto collaterale. Effetti per cui spesso poi si trovano soluzioni, come dimostra la storia della medicina.

Insomma, un po’ da tutti dovranno arrivare le conoscenze, gli strumenti e il buon senso per ottimizzare i benefici della medicina personalizzata per il singolo, senza compromettere la tenuta di un sistema sanitario nazionale ad accesso universale come quello italiano.

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