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1975-1984

P53: nemico o alleato del cancro?

In condizioni normali protegge le cellule dal tumore, ma quando è mutato può favorire lo sviluppo e la crescita della malattia.

Il gene P53, descritto per la prima volta nel 1979, è noto da 35 anni eppure resta al centro dell’attenzione di tutti i ricercatori che si occupano di tumore.

È il gene più mutato nel cancro – circa un tumore su due presenta una mutazione in P53 – ed è anche uno dei più studiati, con decine di migliaia di pubblicazioni che lo riguardano più o meno direttamente.

Eppure la storia di questo protagonista della ricerca oncologica non è stata sempre costellata di successi. Appena scoperto viene infatti considerato un proto-oncogene, cioè uno dei tanti geni che, se mutati, promuovono lo sviluppo e la crescita del tumore. Ci sono voluti almeno 10 anni prima che ci si accorgesse del ruolo fondamentale di questo pezzetto di DNA e della proteina che da esso deriva. Già il nome può creare confusione. Si decide di chiamarla così nel 1983 durante il primo congresso su P53: la cifra indica la massa molecolare della proteina, pari a 53 kilodalton. Oggi sappiamo che la massa della proteina umana è molto inferiore a quella misurata inizialmente, ma non avrebbe senso cambiare il nome a una molecola sempre più importante e conosciuta, tanto da essere nominata “molecola dell’anno” dalla prestigiosa rivista Science nel 1993.

Tra gli autori dei primi studi su P53 ci sono Arnold Levine e Moshe Oren, che assieme ai loro colleghi hanno permesso di capire che il gene non promuove, bensì tiene alla larga il tumore. I primi cloni di P53, isolati attorno al 1984, derivavano da cellule tumorali e ognuno conteneva mutazioni. Da qui l’idea iniziale che p53 fosse un oncogene in grado di promuovere la crescita tumorale quando mutato. Questa teoria fu smentita da studi successivi condotti, fra gli altri, da Bert Vogelstein che attribuì a P53 il suo vero ruolo di oncosoppressore. Questo fa di P53 un potenziale bersaglio per terapie anticancro, ma finora nessuna cura progettata attorno a questo presupposto è risultata efficace quanto si sperava. Nonostante ciò si continua a fare ricerca su questa “star” dell’oncologia molecolare. Lo scopo è utilizzarla come bersaglio di terapie mirate o come marcatore della prognosi della malattia.

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