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1965-1974

Radicale solo se serve davvero

La mastectomia totale è efficace quanto quella radicale - lo standard fino ai primi anni Settanta - se il tumore è in fase iniziale.

La mastectomia radicale di Halsted, che prende il nome dal chirurgo americano che la ideò e la mise in pratica alla fine del XIX secolo (era il 1894), rappresenta per quasi cento anni l’intervento oncologico per eccellenza.

La tecnica viene utilizzata inizialmente per il tumore del seno, ma è estesa poi anche agli altri tipi di cancro, nonostante la mancanza di prove scientifiche chiare sulla sua efficacia. Halsted sosteneva che il tumore mammario è una malattia che si diffonde in modo regolare alle strutture vicine, seguendo criteri puramente anatomici, coinvolgendo dapprima i linfonodi ascellari e i muscoli pettorali. Da qui la mastectomia radicale che elimina il tumore originario e le strutture che lo circondano: muscoli pettorali, linfonodi e anche la testa dell’omero, se ritenuto necessario.

Nei primi anni Settanta del secolo scorso, però, i risultati degli studi di Bernard Fisher rivoluzionano la chirurgia del tumore del seno. Il medico statunitense è convinto che questo tumore sia una malattia sistemica, che si diffonde nell’organismo attraverso i linfonodi e che spesso ha già dato metastasi quando viene diagnosticata.

In questo senso la mastectomia radicale di Halsted può essere considerata un intervento eccessivo e allo stesso tempo insufficiente: è inutilmente distruttivo per un tumore piccolo e localizzato che potrebbe essere asportato senza eliminare i tessuti circostanti, ma non basta nel caso di un tumore in stadio avanzato che avrà probabilmente già raggiunto organi lontani. All’epoca delle ricerche di Fisher mancano però le conoscenze chiave sulla biologia del tumore mammario e il merito del ricercatore consiste soprattutto nei risultati di un importante studio da lui condotto agli inizi degli anni Settanta.

Nel 1971, infatti, Fisher dimostra che le donne operate con la mastectomia radicale non ricevono maggiori benefici rispetto alle pazienti in cui è stata praticata la mastectomia totale, cioè l’asportazione delle sole mammelle, che non intacca i muscoli pettorali. I vantaggi della mastectomia meno invasiva, inizialmente mal vista sia dai medici sia dalle pazienti, diventano finalmente evidenti grazie a Fisher: minor tempo di ripresa dall’intervento, meno dolore, maggiore facilità di guarigione della ferita e, non meno importante, un risultato estetico decisamente migliore.

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